Breccia nella prigione (9/11)
C’è un uomo magro, sciupato e logoro di rabbia; negli occhi arde uno sguardo di sottile e tagliente cattiveria, tra i capelli polvere bruna e briciole di cemento, sulla bocca un sorriso accennato, appena tremolante.
Sbuca da dietro un palazzo con un solo passo, d’improvviso me lo trovo di fronte. Si ferma, mi guarda fisso, ansima pesantemente. Un attimo e la sua paura diventa la mia, il suo labbro si distende ora in un sorriso, poi in una risata grassa di ira e di follia. In quell’attimo i suoi occhi brillano, il suo petto si gonfia di aria e di nuova energia. Gelo a causa di questa forza spettrale che si manifesta dentro me, che sale lungo la schiena e poi si blocca come se volesse estirparsi con la spina dorsale e lasciare il mio corpo esanime al suolo. Ma questo non succede. Resto solo teso, inerte nelle braccia e nelle gambe, lacerato nella gola.
Poi quest’uomo si gira indietro, verso dove era venuto, e corre. Corro anch’io dietro di lui, attraverso il buio denso e le case di mattoni rossi, corro e correndo mi sale addosso l’angoscia dell’ignoto, la paura di seguire l’istinto e la follia. Ma chiudo gli occhi e proseguo, come se volessi rincorrere uno scopo importante e vitale, un destino da cui non posso sottrarmi.
E ci provo gusto. Il rischio dell’incertezza ha il sapore della morte, forse della vita al di fuori della bara che ci protegge, al di fuori delle case in cui ci chiudiamo per sentirci al sicuro, le stesse case che poi ci crollano addosso come l’età che avanza, le stesse case che ora mi lascio alle spalle e che perdono l’identità che hanno acquisito negli anni che ho trascorso in questa città .
E poi un rumore sordo e vibrante nel silenzio della notte, un colpo di piccone contro un muro.
Eccolo, l’uomo magro, compiere il suo destino diabolico. Posseduto da una vigore prodigioso, distrugge le pareti della torre al centro della mia città . Ed io, a due passi dal diavolo, sento contorcermi per il dolore nel torace e nello stomaco dovuto alla forsennata corsa, e guardo le brecce nella torre con ansia e brama da spettatore televisivo in attesa della tragedia. Vedo la torre vacillare sotto occhi fin troppo carichi di rabbia ed avidi di distruzione, sento le mie braccia vibrare ad ogni colpo di piccone ed incitare sempre più la parte malata di me che altro non chiede che sfogare odio e causare distruzione.
Poi il crollo, e finalmente il silenzio, le macerie, la morte. L’uomo magro sepolto dai mattoni. Finalmente un sospiro, il diradarsi della polvere, l’emergere dei danni, la ragione.
La voce morente del demonio mi chiama, è una forza gentile che mi attira, a cui non potrei comunque sottrarmi. Deve rinnovarsi la maledizione.
«Questi mattoni non servono ad ergere castelli».
Si, ora è tutto chiaro. Quest’uomo ha passato la propria vita a crearsi certezze. Ma il futuro non può essere certo.
Giorno dopo giorno costruiamo una torre sempre più alta nella quale ci rifugiamo per la paura di uscire fuori. Siamo liberi, eppure scegliamo la prigionia. Poi gli anni passano e non si è mai riusciti a vedere oltre quell’orizzonte che ci è concesso dall’altezza, non si è mai usciti dal proprio guscio per andare di persona, fisicamente, a vedere oltre.
Si sopravvive magari cent’anni, forse neanche quaranta, come è successo a quest’uomo morto perche la torre gli è crollata addosso. E potevo morire anch’io a vent’anni. Allora è meglio uscire dalla propria casa, dalla propria città , e mettere in gioco la vita ogni giorno, perché così ogni giorno sarà intenso di vita e di libertà .
Io ho ancora vent’anni, e non ho più paura.
«Cosa vuoi che ne faccia di questi mattoni?»
«Lastrica una strada, evadi».
C’è un uomo magro, sciupato e logoro di vita; negli occhi arde uno sguardo di sottile e tagliente libertà , tra i capelli polvere bruna e briciole di mattoni, sulla bocca un sorriso disteso, appena folle.
