Nerobianco

Avevo 16 anni quando cambiò radicalmente la mia vita. In quegli anni tutte le persone che mi conoscevano mi chiamavano “il Nero”?, perché non ero bianco come tutte le altre pecore. I più mi chiamavano così senza nemmeno sapere il perché del mio soprannome, altri rimanevano delusi quando scoprivano che non ero dark o satanista o almeno alternativo. In classe tutti conoscevano il mio vero nome, ma nessuno lo voleva usare. Ero “il Nero”? perfino con alcuni professori che alle interrogazioni volevano sapere se studiavo con la musica o se pettinavo i miei capelli.
Anche io dimenticavo sempre i nomi delle persone, spesso mi distraevo proprio nel momento in cui loro si presentavano. Avevo stretto la mano a tanti ragazzi, sforzandomi di non distrarmi, provando a ricordare i loro nomi, ma poi non avevo mai parlato con nessuno di ragazze o di videogiochi o di motociclette, e col passare del tempo ho dimenticato il nome di chiunque. Avevo poi dei compiti da fare a casa, degli orari da rispettare, dei comportamenti da assumere in determinate circostanze, delle cose da dire qualora avessi avuto la possibilità di farlo, ma dimenticavo sempre tutto: erano più di cento i sogni che mi investivano la mente, io volevo inseguirli tutti, la maggior parte delle volte senza nemmeno volerli realizzare.
Ero un ragazzo semplice e sbadato, a volte un bruco chiuso in un mondo segreto, a volte una lumaca che sguscia fuori e cerca di mettersi al passo con gli altri. Vivevo sapendo che un giorno avrei trovato la mia dimensione, sicuro che prima o poi tutte le persone mi avrebbero capito e accettato per quello che ero realmente, senza dover fingere o accentuare o nascondere. Ero sicuro che un giorno tutto sarebbe diventato a mia misura, avrei avuto la ragazza che cercavo, l’amico in cui confidare, il gruppo di ragazzi con cui fare le cose che mi facevano stare bene. Sapevo che, se tenevo duro adesso, sarebbe stato il tempo a smussare le spigolosità che mi tenevano scomodo nella mia vita sociale.
Per il momento stringevo i denti quando sentivo che nessuno mi capiva, e facevo quello che i miei ideali mi suggerivano di fare quando le pressioni esterne mi confondevano. Spesso la testa mi vibrava di echi di voci solo in apparenza amiche, ma io sapevo quanto egoismo si celava dietro i consigli e le critiche dei miei compagni di classe. Allora uscivo dal mio guscio di lumaca e camminavo su di un sottile filo d’erba, sperando che la caduta non fosse troppo dolorosa.
Col passare del tempo, nonostante la mia condizione di emarginato, avevo trovato due persone che riuscivano a starmi accanto, anche se ci capivamo solo in parte. Per me erano di una importanza enorme. Avevo finalmente un amico che mi stringeva in forti abbracci e una ragazza che mi accarezzava la pelle nuda. Mi facevano sentire parte di qualcosa che stava crescendo insieme a loro, e la vita sembrava meno triste.
Io e Marco riuscivamo a frequentare gli stessi luoghi, anche se provavamo sensazioni differenti. Avevamo motivi diversi per fare filone a scuola, ma bastava guardarci un istante negli occhi per decidere cosa fare, e arrivati al parco ci stendevamo sull’erba a leggere libri diversi. Alle volte riuscivamo a parlare in modo profondo anche un’ora intera, ma equivocavamo puntualmente tutto quel che dicevamo. Non aveva grande importanza se mi capiva o no, bastava che fosse il mio amico, e questa consapevolezza di non essere solo era l’unica cosa che davvero contava.
Teresa invece era il mio ponte con la società . Non era una bella ragazza, ma conosceva chiunque nel quartiere e tutti la rispettavano e la obbedivano, così che io ero al riparo da scherzi di cattivo gusto e dai delinquenti che frequentavano la scuola. Aveva una personalità così forte che nessuno si spiegava come aveva potuto mai fidanzarsi con uno scemo come me. Ma io lo sapevo che la sua era stata una strategia politica, perché scegliere di stare con un “inadeguato”? come me rafforzava la sua immagine controversa e imprevedibile. È stata lei a dirmelo, dopo qualche tempo, e mi ha chiesto scusa per avermi usato, e che solo in seguito aveva capito che qualcosa che la legava profondamente a me. Mi chiedevo se il mio essere “nero”? significava per lei avere lo stesso sangue ribelle, o se il mio totale bisogno di lei le aveva permesso di aprire con estrema fiducia il cuore.
Al ritorno dalle vacanze estive, il secondo anno di liceo prometteva maggiore serenità . Tutti continuavano a chiamarmi il Nero, ma questo appellativo aveva ormai acquisito, grazie al mio legame con Teresa, un aura di fascino e di mistero. Per me non aveva più significato, si era deperito con l’uso e adesso ne rimaneva soltanto la pura musicalità della parola. «Buongiorno signor Nero, prego». Avevo notato che per essere composta da sole due sillabe, aveva proprio un suono complesso la parola NE-RO.
Adesso a scuola c’era qualcuno che parlava con me durante l’intervallo, mi chiedevano cosa ne pensavo di gruppi punk-rock di cui non conoscevo nemmeno il nome, mi davano pacche energiche sulle spalle per salutarmi e rimanevano perplessi ogni volta che prendevo coraggio e parlavo con sincerità all’assemblea di classe. I professori invece avevano incominciato a chiedermi che genere di libri leggevo invece di studiare e avevano lasciato perdere i miei capelli.

La mia emancipazione passava attraverso i contatti di Teresa, e il confronto con Marco mi ricordava continuamente che in questo spaccato di realtà non era affatto facile trovare la mia strada. Marco mi portava in locali bui e pieni di fumo, mi presentava persone che non piacevano nemmeno a lui e bevevamo cose che chi facevano nauseare. Mi sforzavo di essere me stesso e contemporaneamente adeguarmi alle esigenze di una vita sociale, ma inevitabilmente trovavo una forte incompatibilità . Teresa mi portava ogni settimana a un rave, oppure spesso i suoi genitori erano fuori città e restavamo a casa sua a fare giochi che mi piacevano solo a metà , a fumare più di quello che il fisico poteva reggere. Avevo sempre meno voglia di andare in biblioteca e leggere quei libri che tanto mi affascinavano, la domenica non riuscivo mai a svegliarmi in tempo per fare una passeggiata la mattina presto, quando la città sembra un grande paese dimenticato.
Mi sforzavo di adeguarmi, attenuare i gusti, le abitudini, ma non era facile. Nel mio corpo si disputava ogni giorno una battaglia di quelle che tracciano solchi profondi nello stomaco, come trincee scavate in tempi di follia collettiva. Ma, se la mia morale era contro ogni guerra, il mio corpo combatteva, e a volte con gli occhi chiusi sostenevo lo sforzo e portavo la testa avanti. Non volevo cedere.
Intanto qualcosa di molto grande si stava accendendo fuori di noi, tra di noi. Sotto scuola Marco e Teresa restavano a parlare a lungo di cosa avrebbero potuto fare per rendere la scuola più sopportabile. In pochi giorni questi discorsi avevano riempito i corridoi nell’intervallo, poi le classi nell’orario delle lezioni e infine il rappresentante degli studenti aveva dichiarato assemblea permanente e la palestra si era riempita oltre misura di ragazzi. Io ero sul palco, Marco a destra e Teresa a sinistra, ma ideologicamente restavo in un angolo buio della palestra. Il solo parlare, smuovere l’aria con pugni alzati, faceva alterare gli ormoni a una massa di ragazzi nullafacenti, facendoli credere parte di un moto che permetteva alla terra di ruotare su sé stessa e cambiare il giorno in notte e viceversa. Ciononostante diedi il mio appoggio al Collettivo di Rivolta Studentesca e finii per contribuire ai brogli nelle votazioni dell’ultima assemblea di istituto. «Perseguire i propri ideali con ogni mezzo!» Così volevano Marco e Teresa, e per loro tradii i miei ideali, giurando a me stesso di chiamarmi fuori dai giochi appena finito lo spoglio.

Teresa aveva preso gli orecchioni appena occupata la scuola, e a quell’età arriva sempre una febbre molto alta. Così aveva dovuto fermarsi davanti a un virus minuscolo, proprio lei che era andata dal preside ad annunciare il sequestro della scuola da parte degli studenti, che aveva sbattuto il portone in faccia alla digos e allontanato le bande dei delinquenti che volevano rubare dalla nostra biblioteca. Non poteva rinunciare alla sua conquista, per lei era troppo importante questa occupazione, e per la scuola stessa Teresa era troppo importante, poiché aveva intrapreso da tempo fitte relazioni con gli altri istituti che si erano mobilitati in città . Dobbiamo unire le forze, diceva, se vogliamo dare un senso a questa forma di protesta.
Così mi aveva convinto a tornare a scuola e a parlare alle assemblee per suggerire idee e azioni che avrebbero cambiato il mondo intero. Io non credevo che qualcosa potesse cambiare veramente, ma per lei presi il megafono e iniziai a parlare. I ragazzi restavano muti ad ascoltarmi, ripetendo nella testa le parole che scandivo come se le avessero già ascoltate, solo quando aggiunsi la mia opinione si sollevarono mormorii e qualche ingiuria, e i ragazzi del Collettivo mi invitarono a concludere il discorso e cedere il turno di parola.
Marco se ne stava seduto tra la folla a fumare con una ragazza di quarta, sembrava particolarmente impegnato eppure si alzò immediatamente e mi venne incontro. «Hai fatto un bel discorso, questi sono dei cretini» riferendosi a chi mi aveva fischiato. Era contento che c’ero anch’io, che condividevamo quei giorni di pura elettricità , e mi coinvolse in una partita di calcio da disputare appena finita l’assemblea. Mi aveva chiesto anche di restare a dormire a scuola, e aveva insistito così tanto che alla fine andai a casa a prendere il mio sacco a pelo. Non gli avevo spiegato quali dinamiche mi avevano obbligato a essere lì quella mattina, e non gli avevo nemmeno detto perché non riuscivo ad andarmene. Sentivo che quello che accadeva attorno non mi riguardava, ma esserne anche solo al margine alimentava un fuoco che non volevo far morire.
Marco organizzava continuamente partite di calcio, mi presentava decine di persone, mi passava ogni canna da cui avesse fatto anche solo un tiro; Teresa mi chiedeva di organizzare, fotocopiare, diffondere, partecipare, e in pratica non ero mai riuscito ad allontanarmi dalla scuola. Inoltre, anche se non riuscivo a sentire un vero contatto con le persone, non ero più l’emarginato dell’anno scorso, e in quell’autunno l’occupazione sembrava proprio il centro dell’esistenza, e la vita mai come allora appariva turgida e dionisiaca.
Giovedì era il compleanno di Marco, e così a mezzanotte avremmo chiuso la scuola e fatto festa per tutta la notte, in pochi intimi. Chiaramente Teresa era ancora a casa con la febbre ed erano diversi giorni che la sentivo solo per telefono. Non ero mai andato a trovarla, rimandando ogni volta l’incontro, fino al punto di doverle promettere che sarei andato da lei giovedì pomeriggio, prima della festa. Ma tra i preparativi e la polizia che minacciava di mandare i Celerini non ci fu il tempo.
Le ho telefonato alle dieci di sera, chiesto scusa per non essermi fatto vivo e le ho detto che sarei venuto in venti minuti. Una promessa è una promessa. Ma lei non voleva, sapeva che Marco non avrebbe perdonato la mia assenza, perciò disse che era meglio vedersi l’indomani, che anzi sarei dovuto tornare a casa, vestirmi a nuovo e andare alla festa. Era così che Marco si aspettava di festeggiare col suo migliore amico.
Così ho fatto, e lui è stato davvero felice quando a mezzanotte e dieci mi ha visto arrivare, e tenendomi un braccio sulle spalle ha detto a gran voce che poteva iniziare la festa. Ha chiuso definitivamente il portone e siamo saliti in Sala Professori, addobbata come un ogni festa che si rispetti. Eravamo molti più del previsto.
Marco ha messo subito il mio disco preferito, e ha iniziato a ballare, a bere, a sorridere alle ragazze. Non ha mai mostrato di essere stanco, scoglionato, nauseato dall’alcol. Giocava costantemente il ruolo che si era scelto, con tale costanza da diventarne prigioniero. Non l’ho invidiato, preferivo l’instabilità perché è priva di aspettative sociali. Io potevo essere in mezzo a tanti ragazzi e non divertirmi senza che nessuno venisse a chiedermi perchè, divertirmi senza che nessuno se ne accorgesse. Ho provato un senso di libertà e di potere che non saprei paragonare, ho creduto di essere in mezzo a una tempesta elettrica che mi avrebbe reso immortale. Mi sono messo a ballare, c’era la mia musica. Ho bevuto per accorciare la distanza che sentivo dagli altri ragazzi. Ho sorriso, perché mi divertivo veramente. Tutti ballavano, bevevano e sorridevano. Anche una amica di Paola Persini ballava, beveva e sorrideva.
«Lidia…»
Lidia, la mia compagna di classe alle medie, di cui ero stato segretamente innamorato. All’epoca non era una bella ragazza, non interessava a nessuno, ma io riuscivo a trovare in lei quello che gli altri ragazzi non potevano vedere. Forse anche io le piacevo, ma siccome ero estremamente introverso non riuscimmo mai ad avvicinarci, se non quando la scuola era finita. Mi baciò nell’ombra di un giardino poco fuori dal centro, un bacio caldo e silenzioso. Poi ci furono le vacanze estive, e a settembre lei si era iscritta all’istituto d’arte, così non c’era più stata occasione per vederci.
Adesso Lidia era cresciuta all’improvviso, aveva imparato a truccare i suoi occhi azzurri e a scoprire con malizia il suo corpo più maturo. Molti ragazzi la guardavano con desiderio, cercavano di guadagnare la sua attenzione, ma lei veniva da me con un bicchiere, mi stringeva la vita tirandomi verso sé e mi guardava fisso negli occhi.

Non potevo restare indifferente agli occhi di Lidia. Mi piacque dal primo giorno di scuola, riconobbi in lei la mia stessa timidezza e avrei voluto offrirle protezione. Forse era il mio bisogno di crescere presto che mi chiamava in causa quando lei abbassava lo sguardo e arrossiva. Ricordo quanto avevo desiderato abbracciarla, tenerla stretta a me e difenderla da quello che la intimoriva, ma non avevo avuto la forza per farlo. E non potevo stringerla nemmeno il giorno che mi baciò, perché i suoi genitori la portarono a villeggiare al mare per tutta l’estate. Io Lidia non l’ho mai abbracciata… e adesso eravamo proprio molto vicini.
Ho fatto scivolare una mano lungo la discesa dei fianchi, l’ho fatto automaticamente, con la stessa confidenza acquisita con i mesi di fidanzamento con Teresa, e sono caduto in una sensazione morbida mai provata prima. Per brevi minuti i pensieri sono sfumati verso l’indefinito, ciò che c’era attorno sfocava indistintamente. Le nostre labbra bevevano dallo stesso bicchiere e la musica si faceva più lenta. Le fronti si toccavano, e alle volte anche la punta del suo naso incontrava il mio viso.
«Lidia…»
Stava succedendo quello che mai pensavo potesse accadere, ma stava accadendo troppo tardi. Avevo stipulato un patto di fedeltà con Teresa, e questa debolezza non me l’avrebbe mai potuta perdonare. Dovevo rinunciare a Lidia, e il sacrificio sarebbe valso la credibilità con me stesso verso quello che avevo costruito con la mia ragazza. Con sforzo sono riuscito a recuperare la lucidità dal fondo del mio animo e ho lasciato la presa dai suoi fianchi, scostato i miei occhi dalle lisce curve dei suoi seni, e sono andato dal mio amico per cercare sostegno.
«Alla grande!» mi ha detto.
«Un cazzo!» ho risposto. «Mi sono lasciato andare… e poi, davanti a tutti…»
«Aspetta, tieni qua». E se ne andava lasciandomi tra le dita una canna d’erba.
In un attimo tre ragazzi si sono avvicinati per dirmi con fare goliardico che andavo a botta sicura con la bionda, che tutte le amiche di Paola Persini scopano come porche, che non avrebbero fatto sapere nulla alla mia ragazza. Ho tagliato corto e ho risposto che non mi interessavano certe storie, che volevo essere fedele, e tornare a divertirmi, a ballare la mia musica.
Sentivo di avere chiaro in mente chi ero e cosa volevo, di aver fatto prevalere l’istinto inconscio dentro di me, ma tutt’attorno le luci erano psichedeliche e la musica ad alto volume distorceva nel mio orecchio musicale. L’alcol e la marijuana erano entrate in circolo e avevano alterato il mondo, rendendomelo amico anche se popolato da lupi. Ma io in questo mondo non mi ero mai sentito a mio agio, era il mondo di Marco e di Teresa, non il mio. Io ci ero soltanto scivolato dentro un poco alla volta, fino a caderci. Una pozzanghera di alcol piovuta da una cappa di fumo… Io sognavo laghi cristallini in cui nuotare e delle nuvole enormi per comprendere l’infinito.
Era il secondo anno di liceo e solo adesso stavo constatando quanto fosse denso l’impatto con la vita reale, fatta di notti con Teresa nella sua stanza buia, di intimidazioni della polizia, di fremito di centinaia di ragazzi in corteo. In mezzo a tanta inquietudine non me ne accorgevo nemmeno degli effetti che alcol e droga avevano su di me, io vivevo già in un mondo alterato.
Mi chiamano “Il Nero”? perché non sono bianco come tutte le altre pecore, mi dicevo sempre.
Nel totale smarrimento mi sono messo a cercare il mio amico, e invece è stata Lidia a trovare me. Io volevo passare avanti ma lei si opponeva con il corpo, invitandomi a danzare a stretto contatto con il suo ventre scoperto e unto di leggero sudore. È inutile che cerchi adesso altre giustificazioni. Lidia era arrapante, e nell’accarezzarmi coi suoi fianchi doveva ben rendersene conto, la troia. Sapeva reggere la tensione, senza spezzarla né sbilanciarsi, e così giocando si allontanò da me per qualche istante, giusto un attimo prima che io cambiassi direzione. Molti ragazzi allora corsero da me e mi saltarono addosso, eccitati dalla loro semplice situazione di spettatori. Mi dicevano cose oscene toccandomi le palle, mi davano boccate di spinello e sorsi di Black Russian, e le chiavi della presidenza. Era proprio il mio amico a passarmele di nascosto, ad assicurarsi che le stringessi saldamente nella mia mano.
Non era questo che volevo, ancora una volta il mio amico equivocava ciò che gli avevo detto, forse per la confusione, forse per gli stati alterati, forse perché non gli ho mai parlato davvero di Teresa, ma in fondo è sempre andata così. Non capiva come quel suo gesto alterava improvvisamente il mio già precario equilibrio, come mi faceva immediatamente sentire solo e incompreso. Non capiva quanta importanza avesse per me la fedeltà , quanto rispettare le promesse che avevo fatto alla mia ragazza mi facessero sentire vivo nel mio oppormi alle autostrada asfaltate che percorreva tutto il branco.
Ero la pecora nera in mezzo a tanti lupi bianchi, e non avevo scampo.
È tornata Lidia con due bicchieri colmi di Gin Lemon, ha bevuto il suo d’un solo fiato davanti ai miei occhi smarriti. Ho bevuto anch’io tutto d’un fiato, e il liquido bianco mi è entrato nel corpo, bruciando l’esofago e l’anima in fondo allo stomaco. Le sue labbra si sono scontrate con le mie risucchiando il vuoto che man mano si creava dentro di me.

Dalla mattina seguente nessuno più mi ha chiamato il Nero. Litigai con Marco, tornai a casa e attesi che le voci giungessero a Teresa. Non seppi come comportarmi, ma, cosa peggiore, non seppi più riconoscermi.
Teresa arrivò a casa mia la sera stessa, ancora sfatta dagli antibiotici e pallida di convalescenza. Con gli occhi gonfi di lacrime mi guardò in faccia per pochi secondi, il tempo necessario per avere la conferma di ciò che le avevano riferito, poi andò via. Non disse una sola parola.
Non seppi più nulla di Marco e dell’occupazione, il 7 gennaio tornai a scuola, e tutto era tornato freddo come il primo giorno, più freddo. Teresa aveva creato il vuoto attorno a me, i ragazzi non risposero nemmeno al mio saluto, solo Marco si limitò a dirmi ciao, i primi giorni, per poi perdere definitivamente la voce. Non me ne accorsi nemmeno di quanto mi stavo inabissando in un pozzo di solitudine, cercai solo di capire me stesso, cosa volevo essere, e ci avrei messo molti anni.
Una volta andai a bussare alla porta di Teresa, mi fece entrare. Restammo buoni dieci minuti in silenzio, poi prese un libro dallo scaffale e iniziò a leggere. In quella poesia c’era quello che non riuscì a dirmi. Si preoccupò che io seguissi le parole, e che non fossi preso dallo stupore o dal panico, ma chiaramente non riuscii a cogliere alcun senso perché lei leggendo si animò di un’improvvisa forza, ed io rimasi affascinato dal suo modo di farsi coinvolgere dalle cose e dai suoi tentativi rendermi partecipe della sua sofferenza, come se, comprendendola, potessi ripararle il cuore lacerato. Mi penetrarono soltanto sensazioni negative, lei era mia, nera, e io ho rovinato tutto. Avrei voluto avere il suo stesso equilibrio, la sua stessa forza di preservare gli ideali in mezzo a un mondo diverso… Io invece avevo una pessima personalità . Scelsi di far parte di quello che accadeva attorno a me a costo di tradire il mio essere.
«Io non sono mai stato Nero».
Fu l’unica cosa che riuscii a dire, e andai via senza guardare i suoi occhi di lacrime.