Silvia ha paura del buio

Quando vidi Silvia la prima volta pensai che di donne così carine e sincere e gaie non ne avrei mai avute nella vita. Il giorno che mi amò si prese per sempre una parte del mio cuore, perciò ogni volta che la vedo non riesco a non stringerla forte al mio petto, non riesco a dirle di no, a costo di dirle una bugia. Una mezza bugia. La più grande che le ho detto è che non l’avrei mai tradita. Ma io e lei non siamo mai stati insieme.
Continuiamo a vederci da un anno, ormai. Lei continua ad amarmi e io a mentirle; io continuo a desiderarla e lei ad aspettarmi. Ma in fondo so che le cose stanno cambiando, Silvia è stanca di aspettare, ed io, in cuor mio, ho capito di non poter fare a meno di lei.
Questa mattina scendendo dal suo letto le ho detto che sarei tornato.
«Davvero? Davvero resterai con me anche stanotte?»
Sceso per strada ho sentito la solita angoscia del legame fisso. Già andavo a lavorare tutte le mattine allo stesso ufficio, se tornavo ogni volta nello stesso letto sarebbe stata la mia fine. La mia vecchiaia. E ho pensato che forse ero invecchiato troppo per amare come si ama a diciott’anni, quando le giornate erano tutte diverse e nel caos settimanale tutto sommato una persona che occupa gran parte della vita ci poteva stare. Adesso che il lavoro ruba tutto il mio tempo e rende le mie giornate ripetitive posso solo essere un’amante per una sera. Poi per un’altra chi sa quando, e un’altra ancora e ancora e ancora fino a passare un anno intero con la stessa persona senza mai rendermene conto.
Silvia era la mia ragazza, ma io non me ne rendevo conto. Anche del fatto che stava passando tutta la mia giovinezza non me ne rendevo conto. Che non avevo più passioni, neanche di quello me ne rendevo conto. Che non era questo il modo di amare una ragazza. Che non era così la vita che avevo sognato…

Oggi c’è il sole e all’ufficio faranno bene a prendersi tutti una giornata all’aria aperta.

Ho camminato a lungo con la testa affollata di domande esistenziali. Giungevo a conclusioni contraddittorie, necessarie, irresponsabili, definitive: avrei lasciato il mio schifo di lavoro, detto tutte le parolacce che mi sono finora risparmiato di pronunciare contro il mio capo e contro la sua volgare segretaria; liberato da questo sfogo e dall’impegno quotidiano avrei avuto più tempo per andare a fare passeggiate nei parchi, lungo il mare, nei musei, nelle biblioteche; avrei risvegliato in me la sensibilità sopita del bello, avrei visto il mondo con occhi diversi; avrei visto Silvia come la mia donna e come la madre dei bambini che ho sempre desiderato avere; avremo preso una casa in campagna con tanti animali e tanti alberi, e avremo vissuto del lavoro della terra e dell’allevamento tagliando definitivamente i ponti con questa schifosa società ; saremo invecchiati insieme, e un giorno, all’improvviso, avrei compreso di essermi creato una prigione senza via di scampo, che avevo chiuso gli occhi davanti mondo e che mi ero rifugiato in un posto isolato con Silvia per fuggire dalla mia debolezza nell’affrontare la vita e dalle mie paure che affollavano il futuro.
Avrei distrutto una famiglia felice e mi sarei sentito in colpa per il resto dei miei giorni.
Allora avrei tagliato i ponti con Silvia stasera stesso, sarei tornato in ufficio immediatamente, avrei chiesto scusa al capo del ritardo e gli avrei detto che recupero venerdì pomeriggio e che non si sarebbe mai più ripetuto un episodio del genere; mi sarei buttato nel lavoro, avrei vinto dei concorsi, delle qualifiche, degli attestati, dei riconoscimenti, e sarei diventato un giorno capoufficio, cacciando a calci il dottor Maiorano e la sua segretaria sederona dal loro studio, e avrei goduto della sua ex-sedia di pelle appoggiando i piedi sulla sua ex-scrivania; sarei diventato un dirigente ai vertici di una delle più importanti aziende multinazionali, avrei fatto una vita come quelle nei film, avrei avuto tutte le donne più belle, soddisfatto tutte le mie più grigie perversioni, fino a quando non mi sarei reso conto che la mia era un’esistenza vuota e meschina, e nelle solitudine avrei rimpianto questa sera per non essere tornato da Silvia, tre le sue braccia, contro il suo cuore.
Continuavo con la mia solita noncuranza a vivere nei miei dubbi, ad avere una donna a metà , a fare un lavoro che non mi piace.

Suona il telefono. È un messaggio di Silvia.

Stasera ceneremo in veranda… sono anche sbocciati i miei gerani. Ora sto preparando il tuo dolce preferito… Ti amo!

Ho spento immediatamente il cellulare per non essere rotto le palle da quelli dell’ufficio, ed ho proseguito la mia passeggiata per ore, con la più totale noncuranza per tutto il resto.

***** ***** *****

Avevo camminato così tanto che mi sono trovato in un quartiere fino ad oggi inesplorato. Ho camminato fino a sera, quando si è placata la mia curiosità verso quelle strade mai viste, fino a quando tutti i negozi avevano le saracinesche abbassate. Ho deciso di andare a mangiare. Ero digiuno e avevo una gran fame e così avevo deciso di cercare un posto dove mangiare. Ho trovato solo una trattoria poco illuminata e dall’odore intenso, ma andava bene. dentro era carino, il servizio è stato gentile e il sapore del cibo mi ha ricordato la Grecia e i piatti cucinati dall’amico Jorgo. Ho mangiato tutte quelle pietanze che di solito non preferisco, e le ho ritrovate molto buone. Non ho badato a spese, ho preso anche frutta e dolce e sono uscito dal locale che ero molto contento. Forse lo avevo apprezzato soltanto perché era una novità in un quartiere a me nuovo e il cibo aveva un sapore che avevo dimenticato. Intanto il buio aveva coperto le strade, e gli alti palazzoni anonimi sembravano volessero nascondersi oltre le luci abbaglianti dei lampioni di strada. Le nove e venti.
«Silvia… cazzo, è tardissimo!»
Ero molto lontano da casa di Silvia. Circa due ore a piedi, mentre il mio piccolo appartamento era raggiungibile in meno di un’ora. Ma ero comunque stanco per camminare ancora, così ho cercato la prima fermata dell’autobus ed ho iniziato a studiare le possibili combinazioni per andare da lei. Autobus, metropolitana, autobus. Un casino. C’era invece una linea che mi portava direttamente a casa, avrei dovuto fare solo un breve tratto a piedi. Sarei sprofondato nel mio divano, affondando nei cuscini ovattati tutte le mie questioni irrisolte sulla vita, sull’amore, sul lavoro.
Ma non ho nemmeno il tempo di ragionarci un po’ che subito passa la mia linea, ci sono anche i posti a sedere liberi. Esito un istante, ma poi prevale la stanchezza e salgo su senza pensare più a cosa sarebbe stato più giusto fare. Il destino ha voluto far passare prima la 510…
Mi rendo conto di essere ridicolo, e schifoso, anche. Ho la possibilità di scegliere, ma agisco come al solito con passività e noncuranza, lasciando decidere alle circostanze piuttosto che ai sentimenti. Io misuro le distanze, e poi, quando i conti non tornano, lascio decidere al caso.
Ed è passata prima la 510…
Avevo la giustificazione che ero stanco perché avevo camminato tutta la giornata, e questo era sufficiente perché decidessi di tornare a casa mia. E poi ero stato ieri tutta la notte con Silvia, e in fondo era anche plausibile che dopo aver fatto l’amore fino alle tre sentissi un po’ di stanchezza.
Certo, se fossi stato un po’ più vicino al centro… sarei andato certamente da lei, che mi ha preparato la millefoglie panna e amarena e forse anche il riso con le polpette al sugo. Ma intanto sono sazio, si è fatto tardi… e comunque mi sentirei una merda al pensiero che non merito tutte queste attenzioni da parte di Silvia.
Mi siedo al mio posto preferito, finestrino centrale e secondo il senso di marcia, accendo il cellulare e controllo il display per un paio di minuti.
Nessun messaggio “ti ho cercato”?.
Forse dovrei avvisarla, dirle che non vengo più, chiederle scusa e prometterle che domani saremo andati al teatro Nuovo a vedere “L’ereditiera”?…

O forse sono proprio uno stronzo?

Sono uno stronzo quando entro dentro casa mia e mi tolgo le scarpe; sono uno stronzo quando mi sento in colpa per non averla telefonata e non trovo il coraggio per farlo adesso; sono uno stronzo quando accendo la tv e metto “il processo di Biscardi”? pur essendo altrove coi pensieri; sono uno stronzo quando guardo nuovamente il display del cellulare e penso «vabbè, anche lei non mi ha chiamato»; e sono uno stronzo quando mi rendo conto solo a mezzanotte meno un quarto che avrei voluto essere insieme a lei questa sera. Mi manca. Non voglio perderla…
Forse è un po’tardi per andare da lei, ma non è detto. Certo, se decidessi di prendere un tassì farei molto prima, ma quando sono per strada mi prende lo sconforto. Non ha più senso andare a quest’ora, mi rendo conto che è tutto inutile, perché sono uno stronzo e non mi perdonerà mai. Penserà che sono andato da lei solo per scopare. Piangerà credendo che l’ho tradita ancora… o forse è meglio che vada altrimenti lo penserà davvero, povera Silvia, chissà cosa starà immaginando…
Decido di prendere l’autobus, il lungo viaggio con i mezzi pubblici mi schiarirà le idee. Almeno per quanto riguarda ciò che avrei dovuto dirle nel caso mi avesse aperto la porta e guardato in faccia. Non sapevo proprio che parole usare, non avevo nemmeno il coraggio di dirle che ero passato solo per chiederle scusa, che le volevo bene davvero, che sono un idiota. Le avrei detto che ho dovuto fare dello straordinario fino a tardi e poi avevo approfittato di un passaggio a casa da Augusto Villeri, perciò una volta a casa mi ero rilassato sul divano e avevo preso sonno. Se avevo la faccia tosta di presentarmi da lei all’una di notte allora sarei riuscito a dirle anche quest’altra mezza bugia, l’ennesima. Ma adesso andava bene qualsiasi scusa purché mi avesse perdonato, sarebbe stata l’ultima bugia, l’ultima…
Avrei potuto dirle che l’amavo. Per la prima volta. Mi avrebbe di certo stretto forte contro il suo cuore e si sarebbe commossa, non mi avrebbe fatto nessuna domanda. Ma io non ho il coraggio di dirle che l’amo. Non so se è vero, se mi crederebbe. Se fosse lo stesso amore che usa lei per me sarebbe molto più facile dirglielo. E invece è un amore più indipendente, il mio, più strafottente. Lei mi ama incondizionatamente. Rischierei di dirle un’altra mezza bugia e non vorrei dirgliene più, così come non vorrei più arrivare in ritardo alle sue cene.
Per adesso salgo sull’autobus, poi posso sempre decidere di tornare indietro… Passerò per casa sua, e se la luce è accesa busserò, altrimenti…. Deciderà il destino, insomma. Come al solito.

E la luce era accesa. La povera Silvia era lì nella sua stanza ad aspettare ancora una volta il mio ritardo, di qualche ora o di qualche sera… «Silvia…»
Sono salito. Era rimasta sveglia nella sua stanza e nell’attesa si era mangiata tutte le sue unghie. Ma quelle mani mi hanno ugualmente accarezzato, e le domande me le ha fatte solo con gli occhi, con la remissività che solo chi ama sa avere.
L’ho presa per la mano, le ho accarezzato il viso, e le ho detto: «Oh, Silvia…
Ma cosa hai fatto di tanto male per meritarti uno stronzo come me?»
È rimasta in silenzio, come terrorizzata dalle parole che avrebbe voluto urlarmi contro. Io volevo essere perdonato, lei voleva mettere fine alla nostra storia, ma non ne aveva la fermezza. Ancora una volta alternavamo i nostri sentimenti, il giorno lei mi cercava, la notte mi odiava. Adesso io cercavo il suo corpo e lei si sottraeva, domattina io andrò via e lei mi chiederà di restare.
Vorrei fare qualcosa, veramente vorrei questa sera poter cambiare le cose, ma i giochi del destino vanno contro la mia forza di volontà . E in questo meccanismo io e lei continuiamo ad cercarci reciprocamente, sperando che il Tempo possa riservarci il giorno in cui ci troveremo e smetteremo di fare come le pendole di un orologio.
Per adesso posso solo stringere Silvia contro il mio corpo e baciarla, e parlarle di sciocchezze nell’orecchio fino a farla addormentare.
Ismaele Cattaneo - Silvia ha paura del buio (2006)