Stasiestate
Molti anni fa venne un’estate come un’altra. La mia ragazza, allora quindicenne, mi lasciò a Napoli per villeggiare coi suoi genitori sul Gargano.
Non capivo perché avesse deciso di starmi lontano per un mese intero, se era stata costretta dai genitori, se voleva rompere la nostra storia ma non aveva il coraggio di dirmelo, se ero io a non offrirle alternative interessanti per trascorrere l’estate insieme. Comunque la sera prima della partenza litigammo come non era mai successo prima, e io le avevo detto se parti è perché non mi ami abbastanza e lei mi ha risposto non sai niente di me e io le ho detto allora dimmelo tu cosa e lei mi ha detto ti amo ma adesso lasciami in quiete.
E così è stato, quiete, almeno nelle prime due settimane di agosto.
Avevo deciso di aspettare con pazienza, di non andare in vacanza da nessuna altra parte per non rischiare paragoni con l’estate che sarebbe potuta essere con lei. L’amavo alla follia…
Avevo cioè deciso di ibernarmi per un mese intero, di annullare tutte le mie funzioni vitali per non assecondare ulteriori tendenze masochiste. E il mio stoico romanticismo mi aveva permesso di arrivare fino a ferragosto senza troppi danni collaterali. Superata la boa però avevo iniziato a pensare sempre di più al suo ritorno, a come sarebbe andata quando veniva settembre, a quando ci saremo rivisti al rientro a scuola, alle possibilità di tornare insieme, cominciando a non essere più una semplice paranoia.
Negli ultimi giorni di agosto la situazione era decisamente degenerata. I miei genitori erano partiti per la Sicilia, lasciandomi solo con la mia insanità mentale. Non facevo altro che pensare al giorno in cui ci saremo rivisti, a pianificare sguardi e domande e sorrisi ironici e reazioni spropositate, su basi tra l’altro, totalmente infondate. Facevo diagrammi coi se e coi ma, schemi di ipotesi pieni di frecce e punti interrogativi e cancellature nervose con inchiostro nero. Le opportunità che prendevo in considerazione crescevano ogni giorno in maniera esponenziale, ogni giorno che passava spendevo il doppio del tempo nell’elaborare i miei concetti di carta.
Ero a casa da solo, e non vedevo un volto umano da diversi giorni, non mi affacciavo nemmeno alla finestra. Ero rimasto a marcire, con il mal di stomaco, l’inappetenza e la stanza sottosopra, e un vetro spaccato in un momento di squilibrio. E l’unico mio pensiero era lei.

Poi un giorno mi sono guardato allo specchio per un ora intera. La pelle bianca, la barba incolta, i capelli sporchi, lo sguardo malinconico, la prima ruga appena accennata sull’angolo degli occhi… In quell’unico momento di lucidità avevo capito che l’unico modo per non impazzire era di andare a Vieste da lei e vedere cosa sarebbe successo, anticipando cioè l’attesa o la disattesa delle mie costruzioni fradice di ipotesi infondate. Mi sarei fatto coraggio ed avrei affrontato la situazione e sarei uscito dalla mia passività e avrei preso una decisione. Mi ero anche detto che non aveva senso, adesso, e che in fondo mancavano solo tre giorni a settembre, quando lei sarebbe tornata, ma non cambiai idea. Erano tre giorni, si, ma di delirio. E siccome certe boccette di psicofarmaci costavano quanto il viaggio andata e ritorno per la mia meta decisi di partire. Era più una strategia per non impazzire del tutto che una decisione mossa dai sentimenti, anche se alla base c’era stata la paura di perderla.
Così ho preso i soldi che mi avevano lasciato i miei genitori prima di partire e ho messo nella mia tracolla una maglia un costume e uno spazzolino. Dopo dieci minuti ero già sceso di casa, ancora umido di doccia e sanguinante sul viso appena raso. Era il 29 agosto. Forse troppo tardi perché il mio arrivo avesse un ruolo decisivo sull’andamento delle cose, ormai non c’era più niente da fare: o anche lei mi amava ancora, o non più.
Mi sentivo così stupido a presentarmi da lei all’ultimo momento, avevo perfino paura che mi rimproverasse, che mi dicesse con voce malinconica potevi venire prima, sarebbe stato tutto diverso… Mi sforzavo di non pensare più a niente, mi ripetevo in mente tra poche ore cancellerò ogni dubbio, poi ritornava prepotente il pensiero di lei con un altro, e l’angoscia rifluiva rapidamente allo stomaco. Allora ripetevo ad alta voce sto andando non per salvare la storia con la mia ragazza ma per recuperare la mia sanità psichica. La gente nel treno mi guardava con compassione mista a terrore, e le loro facce stupite mi distraevano per un po’ dai miei pensieri ossessivi.
A testa bassa arrivai a Vieste che il sole stava già tramontando. L’avevo cercata subito in paese, poi sulla spiaggia, infine, mentre faceva buio, l’avevo vista su delle rocce in fondo a una strada costiera. Fissava l’orizzonte dietro il quale c’era l’ultimo barlume, e quando la raggiunsi sembrava che il vento che le spettinava i capelli me l’avesse già portata via. Era felice di vedermi, e nonostante appariva presa dalle tante opportunità della sua lunga villeggiatura era rimasta con me tutta la sera, e aveva spento il suo cellulare che squillava in continuazione, e al buio avevamo fatto l’amore per la prima volta. Si era fatta grande all’improvviso, la mia bimba. Era diventata bella anche nel suo modo di parlare e di osservare le cose più superficiali, trasmetteva fascino e sicurezza con semplici gesti, e il suo affetto fisico, consapevole, mi aveva scoraggiato come null’altro prima. Io ero rimasto attaccato ai miei bisogni adolescenziali di affetto mentale, e ora lei appariva inaccessibile, impalpabile. Eppure era lì, fin troppo vicina a me, e mi accarezzava con dolcezza e profondità , annullandomi.
Non seppi trattenerla, mi sentivo inadeguato, stupido, perché tra i miei mille calcoli non avevo preso in considerazione che lei potesse cambiare e diventare una donna con cui non avrei potuto più misurarmi con le mie seghe adolescenziali. In questo mese lei aveva preso su di me un vantaggio enorme, mentre io avevo rifiutato qualsiasi esperienza, regredendo implacabilmente.
Mi lasciò tutta la notte a riflettere, avvolto in un suo maglione sotto il cielo stellato, perché non poteva portarmi a casa dato che c’era suo padre.
* * *
La mattina dopo mi ero fatto un bagno alle sei e mezzo. La spiaggia era deserta e l’acqua, calma e gelida. Non riuscivo a immergermi, vagavo a pochi metri dalla riva guardando la sabbia sul basso fondale, ed erano linee curve senza fine. Cercavo intorno a me qualche punto su cui appigliare lo sguardo, ma vedevo solo l’orizzonte immenso. Avevo la testa intorpidita dal sonno, e tutte queste sensazioni venivano inghiottite da un tempo senza misure che mi inibiva qualsiasi reazione.
Mi sembrava l’immagine precisa della mia non-estate: un vuoto paralizzante, una stasi-estate, che ho trascorso nell’indecisione, che è scivolata via senza che prendessi in mano la situazione, se non quando era ormai troppo tardi e i giochi erano già fatti.
Ho lasciato che il mio corpo cadesse nell’acqua, come se fosse privo di vita. L’acqua gelida ha accentuato l’impatto e i miei sensi hanno ripreso immediatamente a funzionare, e i pensieri sono ritornati in circolo, senza nessun ordine. Dopo poco ho ritrovato un briciolo di energia che mi ha permesso di uscire dall’acqua e camminare. Non sapevo ancora cosa avrei fatto ma cercavo di spendere le mie forze in qualcosa che impegnasse il fisico e non la mente.
Ho portato il maglione davanti l’uscio della villetta di lei, che ancora riposava, e mi sono incamminato verso la stazione, nonostante fosse lontana, senza essere convinto di voler andare via. Il sole a cui mi ero disabituato picchiava ora sulla mia testa, e il sale nella bocca mi aveva seccato la gola, già lacera di lacrime trattenute troppo a lungo. Mi sono ancora una volta imbambolato nei miei incerti pensieri di ragazzino prima che il campanello del passaggio a livello suonasse, accelerando i miei pensieri fino a fargli perdere forma, così come il fumo della mia sigaretta è stato dissolto dall’aria scossa dal treno che arrivava.
Gettavo il mozzicone, salivo senza neanche sapere dove stavo andando, privo di energia, di volontà . Pensavo che non avrei mai superato nessun momento di stasi, che non sarei mai cresciuto. Mi sembrava la fine…
E invece ero solo all’inizio: due settimane dopo la scuola ricominciava, i ritmi ciclici si riattivavano, la vita riprendeva il suo corso inesorabile, e il tempo, con tutte le esperienze che inevitabilmente porta con se, mi ha fatto diventare a mia volta un uomo, senza che me ne fossi mai accorto.

