Storia del Principe nel Nero Mare
«Tesoro mio, sommerso in chi sa quale mare!» Gridava il Principe del Regno degli Opulenti. Aveva preso il largo per cercare il suo tesoro, perso in primavera in mezzo al mare. Era partito da solo, credendo possibile superare ogni peripezia, perché lui era un principe valoroso, non un semplice figlio di papà . E doveva dimostrarlo a sé stesso, a nessun altro essere umano.
Aveva navigato per giorni e giorni e giorni e giorni fidandosi della rotta che sceglieva il vento, delle sirene che prendevano posto al timone, delle loro parole evanescenti come quelle di una antica leggenda. Erano passati già sette giorni dalla sua partenza e le ricerche non avevano portato a nessun risultato.
Solo quando si era spogliato delle sue vesti regali per tuffarsi in acqua e combattere il sol leone vide l’immagine che tanto somigliava al suo tesoro. Dopo essere risalito in fretta sulla sua barca a vela, però, l’immagine si era persa nel fondale, cancellata da un’onda d’acqua salata.

«Tesoro mio, maledetto da chi sa quale pirata del mare!» Diceva piagnucolando il Principe del Mare dei Fantasmi. «Quale flutto ti ha portato via da me? O quale vento ha soffiato tanto forte nelle mie vele da allontanarmi, lasciandomi solo e in balia della tempesta?»
Ancora una volta il suo bel tesoro era sparito nell’acqua del mare, ancora una volta non aveva fatto abbastanza per prenderlo con se e stringerlo tra sue braccia.
L’avrebbe cercato ancora, a costo di morire in questo grande mare, e così navigò per giorni e giorni e giorni e giorni inseguendo il cammino delle nuvole o studiando le stelle, che la notte disegnavano mappe infinite di luoghi irraggiungibili. Erano passate già due settimane dalla partenza e le sue ricerche non avevano portato a nessun risultato. La rassegnazione e la solitudine lo avevano portato alla follia, sbatteva violentemente la testa contro la cabina, si strappava i vestiti da dosso fino a lacerarsi la pelle, e nel petto soffriva enormemente, fino a lacrimare, a piangere, a cadere bocconi sul bordo del ponte di prua, con la testa sporta nell’immenso mare e l’acqua che gli bagnava il viso.
Sentiva che si stava avvicinando, nella sua follia e con i suoi occhi pieni di lacrime poteva anche vederlo, il suo tesoro, mentre il mare volgeva rapidamente in tempesta e la profondità delle onde sembrava rivoltare il fondale fin sotto lo scafo.

«Tesoro mio! Ora che ti ho vicina si scatena la tempesta!» Sussurrava con un filo di voce il Principe degli Scogli di Nessuno guardando il Nero Mare che nei suoi abissi oscurava l’amato tesoro.
C’era stata un’onda salata, poi un’altra, poi un’altra, poi un’altra ancora. Il vento strappava le vele, il mare invadeva la barca fino a farla scomparire in un punto qualsiasi dell’oceano. Solo in mezzo al mare il poveretto non avrebbe avuto alcuno scampo. Avrebbe gridato, ma il sale aveva ormai corroso le sue corde vocali e quel flebile lamento che usciva dal corpo era rapito dal vento e disperso nella pioggia. Perfino le sue lacrime venivano cancellate dalle onde che gli coprivano la faccia.

«Tesoro mio, perduto in chi sa quale abisso!» pensava un uomo senza più un nome per nessuno, nemmeno per il Nero Mare, che nella circostanza faceva le veci di Dio.
Adesso che il naufrago non aveva più nulla, ne’ il suo regno, ne’ la sua barca, ne’ il suo nome, l’avrebbe ritrovato in fondo all’oceano, il suo tesoro. Un istante prima di essere sopraffatto dal Nero Mare aveva rivisto la sua vita nel Regno degli Opulenti, il suo ultimo giorno sulla terraferma. Vedeva la sua donna tuffarsi in mare, allontanarsi sempre più dalla riva…
Lei non voleva un regno opulento, un nome insigne, una barca a vela di quattordici metri. Lei voleva semplicemente fare un bagno nel democratico mare, senza barca, senza lido, senza costume. Non gliene fregava nient’altro in quella calda mattinata di primavera. Aveva la vita da godere, e per essere felice le bastava solo nuotare, nuotare, nuotare, nuotare, nuotare, nuotare, nuotare, nuotare…
Adesso potevano amarsi per sempre, anche se l’acqua impediva al principe di chiamarla per nome, il suo tesoro, e la corrente lo trascinava lontano dalle sue mani.

