Strade d’estate
Bibione (in balia del destino)
Il fatto che sia agosto non mi aiuta per niente a reagire, anzi. Mi fa incazzare. Il pensiero che dovrei essere in vacanza e rilassarmi mi fa fare un mucchio di stronzate e mi fa stare peggio. Mi fa impazzire. Aspettare una tua telefonata che forse non arriverà mai è la cosa più devastante che abbia mai provato. Così ieri sera sono fuggito dalla città, deserta ormai, ma colma di immagini di te in ogni angolo che non mi lasciavano camminare e respirare contemporaneamente. Non ce la facevo più a sostenere il pensiero che eri partita di nuovo da sola, senza farmi sapere niente.
Mi sono messo sulla Salerno-Reggio Calabria ed ho guidato a 180 nel traffico di vacanzieri in rotta verso sud, ignaro della mia destinazione, alla ricerca disperata di un posto dove trovare asilo. O dove trovare te per caso, come già è successo una volta. Per più di un’ora mi sono domandato dove cazzo stessi andando senza trovare un minimo spiraglio di salvezza, mi sono fermato a un autogrill nei pressi di Cosenza, sperando che l’altitudine lì renda l’aria più fresca così che io torni a ragionare. Sono andato a pisciare, ho evitato la mia immagine riflessa negli specchi. Ho telefonato a una donna che mi aveva più volte invitato da lei a Bibione, calmo nella voce, fermo nella volontà di raggiungerla al più presto e sparire nel suo letto. Era contenta di sentirmi e mi ha spontaneamente detto che potevo raggiungerla anche stanotte stessa. Ho invertito la rotta, sono arrivato da lei alle tre del mattino, sicuro delle sue attenzioni, consapevole di rovinare i miei sentimenti puri in una schifosa notte senza amore. Ti ho pensato ancora, nel buio sedativo della sua stanza, tra le sue gambe imbonitrici.
Solo dopo l’orgasmo sono tornato lucido, riflessivo. Non era stato il caldo a non farmi ragionare, non era stato il sonno che da giorni mancava agli appuntamenti notturni. Era stata la rabbia per le tue partenze improvvise e solitarie, la follia di non poter giungere ad alcuna soluzione, di non ritrovare la ragione. In pochi secondi le mie ossessioni si erano dissolte nel lento fluire del seme, infradiciando la mia coscienza. Troppo tardi, adesso, per tornare indietro, per venirti a cercare di nuovo. Non riuscirò a guardarti in faccia per altri quattro mesi, per averti tradita ancora. Ho sbagliato tutto, cazzo! Di nuovo. Mi sento di merda, ora, affianco a me adesso vedo il tuo corpo livido, il tuo viso madido di lacrime. Già lo sapevo di fare una stronzata, fin quando a Cosenza avevo composto il suo numero. Poi quando avevo preso il primo svincolo e mi ero immesso nel senso di marcia opposto mi ero detto che ormai avevo preso una decisione, e, giusta o sbagliata, non era il caso di starci ancora a pensare, se non volevo ammattire. Avevo messo la stazione radio più stupida dell’etere e tirato dritto, veloce, rischiando più volte l’incidente.
Sono rimasto sveglio fino alle prime luci dell’alba a pentirmene, a mordermi le guance e assaporare sangue infetto, poi, quando la luce che entrava dalle finestre è stata abbastanza forte da farmi capire che non sarei mai più riuscito ad addormentarmi, sono sceso piano dal suo letto, rivestito in silenzio e uscito senza sapere di preciso che fare, se andare via, ora, o tornare da lei e sporcare di nuovo il suo ventre, rubare la quiete del suo letto per un altro giorno. E rendere più profondi i solchi che ci separeranno, spargere sale sui miei veri sentimenti.
Bibione è il posto meno adatto per chi non ha voglia di divertirsi. Alle otto del mattino c’è ancora il passeggio allegro dei discotecari, euforia da cocaina, trame di seduzione sospese nell’aria. Impossibile prendere un caffé senza sentirmi travolto dalla tristezza. Sono completamente allo sbando, dove sono finito? Sono qui, ma niente ha senso. Mille motivazioni non servirebbero, adesso, sarebbero soltanto scuse. Io volevo un’altra estate, con te, e invece mi trovo in questo bar psichedelico tra ragazzi che hanno mandato in vacanza il cervello e ragazze che non capiscono altro che di palestre e creme abbronzanti. Sono andato per strada, vagabondando tra i primi turisti e i villeggianti che correvano freneticamente verso i lidi cementati. Allontanandomi inconsciamente da questi luoghi di aggregazione mi sono trovato per caso alla stazione. Ho pensato di nuovo a te, a quella volta che presi l’aereo senza nemmeno sapere dov’eri per cercarti disperatamente in una “capitale europea”, come mi dicesti prima di partire. Ho rivisto il tuo sguardo innamorato irritato lusingato sorpreso quando il destino ci ha voluti fare incontrare per forza in quel parco pubblico a Londra. Ho sentito di nuovo quella follia che mi ha fatto tornare indietro, senza nemmeno parlarti, e che mi ha fatto correre per un ora intera nel traffico caliginoso, tra i pedoni e i negozi fastosi, sotto l’immancabile pioggia. Ho pensato che è sempre stato inutile fuggire da te, che hai sempre avuto il potere di attirarmi. Che è sempre stato inutile avvicinarmi perché tu hai sempre avuto i coraggio di separarti.
Adesso sono alla stazione dei treni, punto di partenza di qualsiasi viaggio che può condurre a te. Sono senza stimoli validi per prendere decisioni, sono preda della mia insicurezza, succube del mio unico fine di raggiungerti, statisticamente irrealizzabile. Ma sento la necessità di partire, l’unica salvezza sta nella speranza di trovarti e il fatto di essere arrivato casualmente alla stazione mi suggerisce una partenza immediata. Non ho tempo di prendere la macchina, sta già suonando il campanello del passaggio a livello.
I pensieri si fanno accelerati, e indefinibili, si susseguono senza prendere forma, i gesti diventano sempre più inconsci, ancora più istintivi. So solo che sono in un luogo che vorrei dimenticare. Che vorrei solo essere insieme a te, ora. Che vorrei tornare indietro nel tempo per cancellare il giorno in cui ho chiesto il tuo nome. Che sono in balia del destino e il treno è arrivato.
Fischio, baccano, sferragliare, depressurizzare, vociare. La gente mi investe con i propri bagagli, bambini, odori, parole, ansia di divertimento preconfezionato in schiere di lettini sdraio ombrelloni lettini sdraio ombrelloni lettini sdraio ombrelloni dall’uno al 246, e la musica imposta dal dj del lido già nei movimenti ritmici delle loro teste.
Salgo sul treno senza sapere dove va, tanto non so tu, adesso, dove sei.
Paesaggista cerca passaggio
Estate 2005, ancora a piedi. Inoltre ho appena compiuto 26 anni e l’interrail costa giusto il doppio.
Estate 2005, ancora senza furgone. La mia casa è piccola come uno zaino, il mio zaino è la mia casa.
Estate 2005, ancora per strada, col dito alzato. Qualcuno mi prenderà su, ed è garantito che sarà uno squilibrato.
Estate 1996, ricordo giurai che fosse l’ultima estate senza patente, o l’ultima volta che giravo il mondo.
«Se esco vivo da ‘sta macchina…». Avevo diciassette anni. Ricordo che quell’estate faceva un caldo della madonna, e quel pedofilo mancato con il BMW aveva messo l’aria condizionata a 15°C e le ventole al massimo. Non sapevo se erano più le possibilità di morire di freddo o a pezzettini dopo lunghe sevizie.
Ci fermammo a un autogrill e scappai mentre il tipo pisciava sussurrando al proprio pisello come dovessero essere le mie carni bianche. Giurai di non fare mai più l’autostop in vita mia, ma prima dovevo tornare a casa. Così stesso nell’autogrill feci amicizia con un ragazzo dall’aria distratta, e riuscii a scroccargli un passaggio fino a Napoli. Aveva una macchina da corsa di diversi milioni, amava il movimento futurista e tutto quello che era velocità. Mi parlava delle linee bianche tratteggiate sull’asfalto grigio che vedeva diventare una linea continua con l’aumentare della velocità. Andava in estasi per il suono del motore ogni volta che scalava una marcia.
Appena arrivammo a Napoli me ne andai a Capodimonte, e passai il resto del pomeriggio a non fare un cazzo, a guardare come crescono gli alberi “en plein air”.
Sono sempre stato così, lontano dalle automobili e lontano dalla patente, il che ancora oggi condiziona le mie mete estive, ma non la voglia di vedere paesaggi nuovi. Così…
9 agosto 2005, h.11:30. Aurelia.
Spostati dall’onda d’urto degli altoparlanti i miei pensieri si formano fuori dal finestrino. Senza alcun appiglio visivo i miei pensieri scivolano via nel vento e in un secondo restano indietro almeno cento metri; oppure abbasso lo sguardo sull’asfalto grigio e ogni frase minima che si forma nel mio cervello muore all’istante, spappolata dalle ruote delle altre vetture che sfrecciano in senso opposto.
«Se potessi fermare lo sguardo sulla corteccia di quest’albero…» penso.
Musica tipo techno, ovviamente. Ripetitiva fino all’alienazione e alienante fino all’angoscia. Le siepi che separano l’occhio dall’orizzonte si alternano a intervalli regolari agli spazi liberi, mostrando un paesaggio stroboscopato, sfocato e irreale. Davvero inquietante.
«…ne vedrei i dettagli rugosi dove microvite con sei zampe e due antenne camminano, lente, costanti, incredibilmente perfette nel loro equilibrio di insetti sociali». Chiudo gli occhi, cerco di puntare l’attenzione su questo tronco ormai passato un chilometro fa, quando il pazzo di turno che mi ha caricato a Grosseto abbassa l’autoradio e inizia a parlare, schermato dai suoi grossi occhiali da sole tipo “sciatore”.
«Ti piace correre?». Mi domando come cristo fa ‘sto pazzo a guidare con questo ossesso assordante. Andava a 130, anche a 150.
«No» gli faccio io, preparandomi alla conversazione più insopportabile dell’anno. La migliore strategia in queste circostanze è quella del silenzio… Invece lo sciatore alza di nuovo il livello degli altoparlanti, il volume è ancora più forte di prima, per quanto impossibile. Anche il tachimetro sale, segna 160. sembrerebbe raccogliere la sfida lanciata dall’amplificatore: una gara tra i decibel e i chilometri orari. Lo sciatore sorpassa a destra, urla, rientra nella corsia di sorpasso, alza ancora il volume, supera altre vetture. 180. Alla gara tra tachimetro e amplificatore sta anche partecipando il mio cuore, che ha preso a battere con una frequenza media di 3 battiti al secondo.
Sento che se questa gara non si interrompe presto ci sarà un tragico epilogo. 200 km/h. La Golf vibra di onde sonore compresse e di attrito con l’aria. Se avesse un’anima tremerebbe anche per la paura di schiantarsi contro il primo ostacolo relativamente improvviso.
Moriremo. Questo è l’unico finale prevedibile. Divento incredibilmente lucido, a questo punto. Moriremo. Calcolo in un attimo tutte le probabilità, e ora sono davanti ai miei occhi, scientifiche, ordinate. Si accettano scommesse sulla modalità della mia morte:

Punto tutto quel che ho in tasca su i decibel e mi metto a urlare, «AAAAAaaAAH! E ancora AAAAAAah!! AAAAaaaaaAH!!», mentre lo sciatore mi guarda come se fossi matto e inizia a ridere. In effetti, per un minuto ho perso me stesso, ho ripreso coscienza e mi sono trovato all’improvviso con il tipo che rideva a tal punto da dover diminuire l’andatura a 130, 90, 50 km/h. si dimenava, lacrimava, dava testate sul volante e botte all’autoradio finché non si è spento. Adesso si sentiva solo la sua risata acuta e singhiozzante, e i rumori di calci sui pedali e di naso che tirava su l’acqua che usciva da ogni ghiandola del suo viso. Ha dovuto accostare. Avevo in mano un pugno di soldi presi a caso dalla tasca, sentivo la gola graffiata e un certo pulsare nelle orecchie. Ho rimesso i soldi in tasca, sbloccato la cintura e ho aperto la portiera. Lo sciatore ha smesso improvvisamente di ridere, mi ha guardato per pochi secondi, prima di ricominciare a ridere con convulsioni ancora più incontrollate del corpo.
Scendo dall’automobile, scavalco il guard-rail e mi inoltro nella vegetazione ai bordi dell’Aurelia. Speriamo di non impantanarmi in qualche acquitrino della Maremma e di tornare sano e salvo a casa alla fine dall’estate.
9 agosto 2005, h.11:45. Maremma toscana. Giuro questa è l’ultima estate senza furgone, o l’ultima volta che giro il mondo.
Ciccio
L’ultimo giorno che ho passato con Cecilia è stato quello in cui sono uscito da quel posto orrendo che puzzava di malattie e disinfettanti. Erano in tanti a star male, ma qualcuno non si risparmiava lamenti senza ritegno, strazianti per chi, come me, soffriva in silenzio.
Ero entrato lì dentro che stavo talmente male che ero sicuro di morire. Mi ci aveva portato lei, con la forza, certo io non ci sarei mai andato da solo. Pensavo che se quelli erano i miei ultimi istanti di vita avrei di gran lunga preferito passarli altrove con Cecilia, e, cercando conforto tra le sue braccia, sarei morto silenziosamente.
Dopo un’ora un medico mi aveva visitato a lungo, toccandomi senza rispetto, piegando in modo del tutto innaturale i miei arti, premendo molto forte sull’addome. Ricordo come un incubo la sua facciona neutra, poi un istante dopo seria e preoccupata, e infine di nuovo indifferente mentre mi infilava un ago sotto la pelle. Quella siringa mi ha sopraffatto rapidamente, infatti non ho nessun ricordo, ma penso che dev’essere stato abbastanza brutto addormentarmi con tutte queste sensazioni fredde addosso, con tutte queste immagini violente nella testa. Per fortuna non ricordo niente, nemmeno quando mi sono svegliato. I miei ricordi ricominciano dal momento in cui Cecilia è venuta, mi ha accarezzato e mi ha portato via da quell’inferno, e ho rivisto la luce del sole…
Ero ancora un po’ rincoglionito, e sentivo sempre dolore, ma ero felice della sua presenza e avrei sopportato volentieri qualsiasi sofferenza pur di stare con lei. Così mi ha portato fuori città in una strada sterrata di campagna dove abbiamo camminato a lungo tra gi alberi. Eravamo silenziosi come sempre. Ma questa volta c’era un forte disagio tra di noi: lei camminava avanti, io la seguivo a fatica; non si è girata a rivolgermi uno sguardo non so per quanto tempo, e la sensazione che tra noi si fosse sovrapposto qualcosa di irrimediabile è stata ben più angosciante del dolore fisico, che per giorni interi non ho quasi avvertito, se non come l’aspetto materiale di una guerra sanguinosa. Arrivati sulla strada Cecilia si è girata. Aveva gli occhi gonfi di lacrime. In quel momento passava un autobus, lei ha fatto un cenno all’autista. Mi ha dato un bacio in mezzo agli occhi, ha esitato a lungo prima di salire.
Mi è mancato l’equilibrio, mi sono accasciato a terra e sono rimasto lì tutta la notte, senza realizzare.
È passata una settimana, e il mio male ha ormai tolto tutto alla mia vita. Vago per le strade, senza nessuna meta, dormo dove capita, mangio quello che trovo tra i rifiuti, nessuno più mi rivolge la parola, anzi qualcuno mi tira i calci per farmene andare. Cecilia è stato tutto per me, adesso non ho più nulla, solo questo fottuto male che non mi lascia più, che mi sta facendo morire, solo, come un cane.
In fondo io, anche se mi hanno chiamato Francesco, sono un cagnolino.
Ho quattro zampe, il muso allungato e una coda. Ma sin da quando ero cucciolo Cecilia mi diceva sempre «Perché tutti dicono che sei un cane? Tu ti chiami Francesco, e hai una sorellina che si chiama Cecilia che ti vuole tanto tanto bene. È vero, Ciccio?».
Tra gli spasmi riesco ancora a ricordare la sua vocina dolce quando mi chiamava per nome…
